La Sesta guerra siriaca fu l'ultimo grande conflitto della lunga serie di guerre combattute tra il regno tolemaico d'Egitto e l'Impero seleucide per il controllo della Celesiria, la regione che comprendeva grosso modo l'attuale Israele, i territori palestinesi, il Libano e parte della Siria meridionale. Questa volta, però, la guerra ebbe conseguenze molto più ampie rispetto ai conflitti precedenti. Il sovrano seleucide Antioco IV Epifane riuscì infatti a penetrare profondamente in Egitto, conquistare importanti città e arrivare alle porte di Alessandria. Sembrava ormai vicino alla conquista dell'intero regno dei Tolomei. A fermarlo non fu un esercito egizio, ma l'intervento diplomatico di Roma.

Quando la guerra ebbe inizio, l'Egitto era governato dal giovane Tolomeo VI Filometore. Era salito al trono ancora bambino e, dopo la morte della madre Cleopatra I, il potere era stato esercitato di fatto da due reggenti, Euleo e Leneo. La situazione politica interna era tutt'altro che stabile. La corte egizia continuava inoltre a rivendicare la Celesiria, da tempo contesa con i Seleucidi. Nel frattempo, sul trono seleucide era arrivato Antioco IV Epifane, fratello di Seleuco IV. Antioco aveva esperienza politica e militare e aveva mantenuto buoni rapporti con Roma. L'Egitto, invece, appariva vulnerabile: il re era ancora molto giovane e la corte era divisa. I due reggenti egizi decisero comunque di tentare di recuperare la Celesiria e nel 170 a.C. dichiararono guerra ad Antioco IV. Per rafforzare la monarchia e dare un'immagine di maggiore unità, nello stesso periodo furono associati al potere anche il fratello minore di Tolomeo VI, Tolomeo VIII Fiscone, e la sorella Cleopatra II. La decisione di iniziare la guerra si sarebbe però rivelata un grave errore.

Antioco passa subito all'offensiva Le operazioni militari vere e proprie iniziarono nel 169 a.C. e Antioco IV si dimostrò rapidamente superiore. L'esercito egizio cercò di muoversi dalla zona di Pelusio, la grande fortezza situata all'estremità orientale del delta del Nilo e considerata una sorta di porta d'ingresso all'Egitto. Gli Egizi furono sconfitti e Antioco riuscì a conquistare Pelusio. La caduta della città aveva un'importanza enorme: una volta superata quella frontiera, la strada verso il cuore dell'Egitto era molto più aperta. Antioco avanzò quindi nel paese e arrivò fino a Menfi, una delle principali città dell'Egitto. La situazione della monarchia tolemaica precipitò. I due reggenti Euleo e Leneo furono deposti e sostituiti da Comano e Cinea. Il nuovo governo cercò di fermare il disastro attraverso la diplomazia e inviò ambasciatori ad Antioco per negoziare.

A questo punto la situazione diventò ancora più complicata. Tolomeo VI, che era nipote di Antioco IV, incontrò personalmente lo zio. I due raggiunsero un accordo e Antioco si presentò come protettore del giovane sovrano. In pratica, però, Tolomeo VI finì sotto il controllo seleucide. Antioco pensava probabilmente di poter utilizzare il giovane re per controllare l'Egitto senza doverlo conquistare completamente. La sua strategia prevedeva anche di sfruttare le divisioni all'interno della famiglia reale tolemaica. Ma ad Alessandria la situazione prese una direzione completamente diversa. Gli abitanti della capitale non accettarono l'accordo con Antioco e preferirono affidare il potere al fratello di Tolomeo VI, Tolomeo VIII Fiscone. Il regno si trovò così con due diversi centri di potere: Tolomeo VI, sostenuto da Antioco, e Tolomeo VIII, sostenuto dagli abitanti e dal governo di Alessandria.

Antioco IV decise allora di intervenire direttamente. Il suo esercito raggiunse Alessandria e pose la città sotto assedio. Se fosse riuscito a conquistarla, la resistenza egizia sarebbe probabilmente crollata. Ma Alessandria era una città enorme, fortificata e soprattutto difficile da isolare completamente. Antioco non riuscì a interrompere le comunicazioni della città con il resto dell'Egitto e non riuscì quindi a costringerla alla resa. Inoltre, in quel periodo la situazione in altre zone del suo impero richiedeva la sua attenzione. Alla fine del 169 a.C. Antioco decise di ritirarsi. Prima di lasciare l'Egitto mantenne però il controllo di Pelusio e lasciò Tolomeo VI a Menfi sotto la propria protezione, continuando così a esercitare una forte influenza sul paese. Sembrava che Antioco avesse comunque ottenuto una vittoria enorme. Ma non aveva fatto i conti con la famiglia reale tolemaica.

Durante l'assenza di Antioco, Tolomeo VI e suo fratello Tolomeo VIII si riconciliarono. I due fratelli tornarono a collaborare insieme alla sorella Cleopatra II e respinsero l'accordo raggiunto precedentemente da Tolomeo VI con Antioco. Per il sovrano seleucide fu un duro colpo. La sua principale arma politica, cioè il controllo del giovane Tolomeo VI, era ormai venuta meno. Decise quindi di intervenire nuovamente. Nel 168 a.C. Antioco IV invase l'Egitto per la seconda volta. Questa volta Antioco fu ancora più deciso. Il suo esercito entrò nuovamente in Egitto e conquistò Menfi. Qui Antioco arrivò addirittura ad assumere formalmente il ruolo di sovrano dell'Egitto. Contemporaneamente la flotta seleucide intervenne a Cipro, un'isola molto importante per il controllo del Mediterraneo orientale e da tempo appartenente ai Tolomei. L'Egitto si trovava quindi sotto una pressione enorme: Antioco controllava importanti zone del paese e le forze seleucidi stavano conquistando anche Cipro. Dopo aver consolidato il proprio controllo, Antioco tornò a dirigersi verso Alessandria. Questa volta sembrava davvero vicino alla vittoria definitiva. Ma nel frattempo i Tolomei avevano chiesto aiuto a Roma.

Qui bisogna considerare il contesto internazionale. Roma non era ancora l'impero che conosciamo dai secoli successivi, ma nel Mediterraneo orientale era ormai la potenza dominante. Proprio in quegli anni era impegnata nella guerra contro il re macedone Perseo, nella Terza guerra macedonica. Roma aveva quindi buone ragioni per evitare che un altro grande regno ellenistico diventasse troppo potente. Quando arrivò la richiesta di aiuto dei Tolomei, il Senato romano decise di intervenire diplomaticamente. Fu inviata una delegazione guidata da Gaio Popilio Lenate, un importante uomo politico romano che conosceva personalmente Antioco.

La scena più famosa dell'intera Sesta guerra siriaca avvenne nel 168 a.C., presso Eleusi, nei pressi di Alessandria. Antioco IV stava avanzando verso la capitale egizia quando incontrò la delegazione romana. La situazione inizialmente sembrava quasi amichevole. Antioco conosceva Popilio Lenate e si aspettava probabilmente un incontro tra persone che avevano avuto rapporti in passato. Ma Popilio non era arrivato per discutere. Aveva con sé un ordine del Senato romano. Il messaggio era molto semplice: Antioco doveva abbandonare immediatamente l'Egitto e Cipro. Il sovrano seleucide chiese qualche giorno di tempo per riflettere e consultare i propri consiglieri. Fu allora che Popilio compì il gesto passato alla storia. Secondo il racconto tramandato dalle fonti antiche, prese un bastone e tracciò un cerchio nella sabbia attorno ad Antioco. Poi gli disse, in sostanza, che avrebbe dovuto dare una risposta prima di uscire dal cerchio. Era un gesto volutamente umiliante e soprattutto rappresentava in modo molto chiaro la posizione di Roma: non c'era più spazio per trattare. Antioco IV rimase per qualche momento in silenzio. Alla fine accettò le richieste romane. Popilio e gli altri ambasciatori, ottenuta la risposta, tornarono a rivolgersi a lui con atteggiamento amichevole. Il messaggio era ormai chiarissimo: Roma non aveva bisogno di combattere per fermare Antioco.

Antioco ordinò quindi alle sue truppe di ritirarsi dall'Egitto e da Cipro. La Sesta guerra siriaca era finita. Antioco aveva ottenuto importanti successi militari: aveva sconfitto l'esercito egizio, conquistato Pelusio e Menfi, controllato per un periodo Tolomeo VI, assediato Alessandria e conquistato Cipro. Eppure non riuscì a trasformare queste vittorie nella conquista dell'Egitto. A decidere l'esito della guerra era stata, in ultima analisi, la pressione diplomatica di Roma. L'episodio di Eleusi è quindi molto importante anche per comprendere l'evoluzione del Mediterraneo nel II secolo a.C.: una potenza ellenistica come quella seleucide, pur militarmente molto forte, doveva ormai fare i conti con una Repubblica romana capace di imporre la propria volontà anche senza ricorrere direttamente alla guerra.

Perché è importante la Sesta guerra siriaca? La Sesta guerra siriaca è particolarmente importante perché rappresenta quasi la fine della lunga rivalità tra Tolomei e Seleucidi per la Celesiria. Rispetto alle guerre precedenti, il conflitto aveva ormai assunto dimensioni diverse. Non si combatteva più soltanto per una regione di confine: questa volta l'obiettivo era direttamente il controllo dell'Egitto e di Cipro. Antioco IV arrivò vicinissimo a realizzare ciò che nessun sovrano seleucide precedente era riuscito a fare: mettere il regno tolemaico sotto il proprio controllo. A impedirglielo fu Roma. L'episodio di Eleusi è quindi diventato uno dei simboli della crescente potenza romana nel mondo ellenistico. Da quel momento, i grandi regni del Mediterraneo orientale non potevano più ignorare la volontà di Roma. E la cosa forse più sorprendente è che la guerra non terminò con una grande battaglia. Terminò con un uomo che disegnò un cerchio nella sabbia e ordinò a un re di scegliere prima di oltrepassarlo.  

 

Wikipedia: Guerre siriache

 

immagine: Busto di Tolomeo IV