La Battaglia di Salamina – Il giorno in cui il mare salvò la Grecia. L’alba del 23 settembre del 480 a.C. si aprì su uno scenario che nessun greco avrebbe voluto vedere: gran parte della Grecia del nord era già caduta sotto il passo inesorabile dell’enorme esercito persiano, Atene era stata incendiata, l’Acropoli violata e Serse, sicuro della propria vittoria, aveva persino fatto allestire un trono su un’altura per assistere comodamente allo scontro finale. In gioco non c’era solo la libertà delle poleis, ma il destino stesso della cultura greca, e forse della civiltà occidentale. Come ci si era arrivati: un percorso complesso e sanguinoso. La storia che conduce a Salamina è lunga e fatta di errori, vendette e ambizioni. Decenni prima, le città greche dell’Asia Minore – la Ionia – erano state inglobate nell’Impero Persiano. Mal sopportavano tasse, reclutamenti militari, tiranni imposti da Oriente. Da lì nacque la rivolta ionica, appoggiata (poco, ma quanto basta a irritare l’impero) da Atene ed Eretria.
Il re persiano Dario I non dimenticò: ordinò che prima di mangiare gli ricordassero tre volte «Ricordati degli Ateniesi». La prima spedizione persiana finì male: Maratona (490 a.C.) vide gli Ateniesi vincitori, evento che diede loro una fiducia smisurata. Ma lo scontro vero doveva ancora arrivare. Nel 480 a.C. Serse, figlio di Dario, mosse contro la Grecia con una macchina militare gigantesca, attraversando l’Ellesponto su ponti di navi, scavando un canale artificiale sotto il Monte Athos e convocando contingenti da ogni angolo del suo impero. Raccontano le fonti che la sua flotta potesse superare le mille navi: un oceano inarrestabile.
La prima resistenza avvenne alle Termopili. Un pugno di Spartani e alleati, guidati da Leonida, bloccò l’avanzata per tre giorni, diventando mito eterno. Ma vennero aggirati e massacrati. Contemporaneamente, la flotta greca combatteva a Capo Artemisio in un duro equilibrio navale che finì senza vincitori. Quando gli Ateniesi seppero della morte di Leonida, capirono che non c’era più nulla da fare: evacuarono la città in fretta e furia. È in questo clima disperato che maturò la scelta più importante della guerra. Il vero protagonista degli eventi fu Temistocle, uomo ambizioso e geniale che aveva convinto Atene, anni prima, a costruire una grande flotta di triremi. Il suo piano era chiaro: per battere un gigante, bisogna costringerlo a combattere in un corridoio.
La stretta di Salamina era perfetta: un mare angusto dove il numero persiano sarebbe stato un handicap. Ma molti comandanti greci non erano d’accordo: volevano ritirarsi al Peloponneso, difendere l’istmo, evitare un’altra disfatta. Temistocle allora giocò la sua carta più audace. Tramite un servo, Sicinno, fece giungere a Serse un messaggio fasullo: gli Ateniesi – diceva – erano pronti a passare dalla parte persiana e i Greci stavano per fuggire. Serse, convinto di avere la vittoria in mano, cadde nella trappola: ordinò alla flotta di entrare nello stretto durante la notte, certo di intrappolare gli avversari. Era l’inizio della fine.
Mentre i Persiani remavano al buio, stanchi e disorientati, gli Ateniesi ascoltarono un canto misterioso provenire dall’isola di Salamina: secondo una tradizione, una voce femminile – forse la dea locale – avrebbe incoraggiato i marinai prima della battaglia. Nel frattempo, vagò per il campo greco un’altra figura importante: Aristide, rientrato dall’ostracismo proprio per difendere Atene. Fu lui a portare a Temistocle la notizia che la flotta persiana si era già posizionata, confermando che la trappola aveva funzionato. All’alba, le navi persiane avanzarono come un’enorme marea. Ma appena entrarono nello stretto, tutto cambiò. Le linee si compressero. Le navi si urtarono tra loro. I remi si spezzarono per mancanza di spazio. I capitani urlavano ordini impossibili da eseguire.
La flotta, composta da equipaggi provenienti da popoli diversi e lingue diverse, perse coesione in pochi minuti. I Greci, invece, erano pronti: in fila compatta, attesero il momento di colpire. Gli Ateniesi, schierati a sinistra, affrontarono i Fenici. Gli Spartani e altri contingenti tennero il lato destro contro gli Ioni. Nel mezzo, le città minori completarono la linea. Quando il vento cambiò e spinse le navi persiane ancora più addentro allo stretto, i Greci avanzarono al grido di “Enyalios!”. Le triremi – pesanti ma stabili – speronarono i fianchi delle navi nemiche. La confusione persiana divenne panico. Chi cercava di fuggire si incagliava tra i compagni. Molti marinai non sapevano nuotare.
L’isoletta di Psittalia divenne un macabro ammasso di cadaveri spinti dalla corrente. La disfatta fu totale. Serse, da lontano, vide la propria flotta disfarsi davanti ai suoi occhi. Senza più supremazia navale, l’immenso esercito terrestre non poteva continuare la campagna. Il re decise di rientrare in Asia, lasciando parte delle truppe al comando del generale Mardonio, che sarebbe stato sconfitto l’anno successivo a Platea. Con quelle due vittorie – e con la battaglia di Micale, quasi in contemporanea – l’invasione persiana era definitivamente fallita. Perché Salamina è una battaglia che ha cambiato il mondo? molti storici ritengono che, se Serse avesse vinto: Atene avrebbe cessato di essere una democrazia, le grandi opere del V secolo (Partenone, tragedie, filosofia) non sarebbero mai nate, il Mediterraneo avrebbe seguito un altro percorso culturale. In altre parole: Salamina non salvò solo un territorio. Salvò un modo di pensare.
Wikipedia: Battaglia di Salamina
