Giovanni Ircano II nacque in una delle famiglie più potenti della Giudea, quella degli Asmonei. Era figlio del re Alessandro Ianneo e della regina Salomè Alessandra, e fin da giovane ereditò un ruolo di primo piano: alla morte del padre, nel 76 a.C., la madre assunse la corona, mentre a lui toccò la prestigiosa carica di Sommo sacerdote. A differenza del padre, che aveva favorito l’aristocrazia sacerdotale dei Sadducei, la regina e Ircano si avvicinarono ai Farisei, sostenitori di una rigorosa osservanza della Legge. Quando Salomè morì, nel 67 a.C., Ircano salì al trono, riunendo nelle sue mani sia il potere politico che quello religioso. Ma la sua posizione era fragile: dopo appena tre mesi, il fratello minore Aristobulo II, appoggiato dai Sadducei, si ribellò. Lo scontro avvenne nei pressi di Gerico, e la battaglia segnò la disfatta di Ircano, tradito anche da molti dei suoi soldati.

Rifugiatosi a Gerusalemme, fu costretto a un accordo che lo privava del trono e del sommo sacerdozio, lasciandogli solo i proventi di quest’ultimo. Temendo per la propria vita, Ircano ascoltò i consigli di Antipatro, un ambizioso idumeo intenzionato a controllare la Giudea. Con il suo aiuto, si rifugiò presso il re nabateo Areta III, promettendo in cambio la restituzione di alcune città conquistate dagli Asmonei. L’esercito nabateo, 50.000 uomini, pose Gerusalemme sotto assedio, ma la guerra fratricida attirò l’attenzione di Roma. In quel periodo Pompeo stava estendendo il dominio romano in Oriente e inviò Marco Emilio Scauro a prendere possesso della Siria. Sia Ircano che Aristobulo tentarono di guadagnarsi il favore dei Romani con ricchi doni; Aristobulo vinse l’offerta e i Nabatei furono costretti a ritirarsi, subendo però una dura sconfitta. Quando Pompeo giunse personalmente in Siria, entrambi i fratelli e persino una delegazione popolare contraria alla monarchia si presentarono a lui. Il generale romano, ritenendo Ircano più debole e quindi più manovrabile, decise di appoggiarlo.

Dopo un assedio sanguinoso, Gerusalemme cadde e Aristobulo fu mandato prigioniero a Roma. Ircano tornò Sommo sacerdote, ma il vero potere passò nelle mani dei Romani, con Antipatro come procuratore. Nel 47 a.C., Giulio Cesare restituì a Ircano un titolo politico, quello di etnarca, ma nella pratica fu sempre Antipatro a governare. La morte di quest’ultimo, avvelenato nel 43 a.C., aprì un periodo di instabilità. Nel 40 a.C. i Parti invasero la regione in sostegno di Antigono, figlio di Aristobulo II. Con un inganno, catturarono Ircano e Fasaele, fratello di Erode. Antigono fece mutilare Ircano per impedirgli di ricoprire il sommo sacerdozio e lo mandò in esilio a Babilonia, dove la comunità ebraica lo accolse con grande rispetto. Quattro anni dopo, Erode — ormai re di Giudea grazie all’appoggio romano e sposato con Mariamne, nipote di Ircano — lo invitò a tornare a Gerusalemme. Ircano fu accolto con onori solenni, presiedette il consiglio di stato e occupò il posto d’onore a tavola. Ma la sua figura restava quella di un sovrano depotenziato, simbolo di un’epoca ormai al tramonto, in cui la dinastia asmonea aveva ceduto il passo al potere romano e alla scalata di Erode il Grande.

 

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