C’erano un tempo, ai confini sfumati tra l’Asia e l’Europa, popoli che vivevano inseguendo l’orizzonte. Tra questi, i più temuti e rispettati furono i Sarmati: cavalieri delle steppe, nomadi d’origine iranica, la cui storia attraversa secoli e imperi, dai deserti del Kazakistan ai confini del mondo romano. I Sarmati erano una confederazione di tribù nomadi emerse tra il VI e il IV secolo a.C., nei territori tra il fiume Volga, gli Urali meridionali e la steppa del Kazakistan occidentale. Erano strettamente imparentati con gli Sciti, ma alla lunga li superarono in potenza e influenza. Dai testi persiani dell’Avesta ai resoconti greci e romani, la loro presenza si fa via via più concreta. Queste genti erano formidabili cavalieri, abili con arco, lancia e spada, e praticavano un’arte bellica che li rese temuti da Persiani, Greci, Romani e persino dai temibili Unni.
Divisi in varie tribù — Iazigi, Roxolani, Aorsi e Alani — ognuna con percorsi e destini diversi, seppero adattarsi, migrare, combattere e sopravvivere in un mondo in continuo mutamento. A partire dal IV secolo a.C., i Sarmati iniziarono una lenta ma inarrestabile marcia verso ovest. Approfittarono della crisi degli Sciti per occupare i loro territori a nord e a nord-ovest del Mar Nero. Non furono invasioni distruttive, ma integrazioni progressive, in cui i Sarmati finirono per assorbire — più che scacciare — le genti scitiche. Nel tempo, stabilirono il loro dominio nella regione pontica (attuale Ucraina e sud della Russia) e fino ai Balcani. La loro influenza si estendeva dal Mar Caspio al Danubio, e non di rado entrarono in conflitto con l’Impero romano.
Alcune tribù, come gli Iazigi, si stabilirono nei territori dell’attuale Ungheria; i Roxolani si spinsero fino alla Dacia e alla Tracia. I rapporti con i Romani furono altalenanti: a volte alleati, a volte nemici giurati. Già sotto l’imperatore Augusto i Sarmati cercavano l’amicizia di Roma, ma furono spesso coinvolti in guerre: dalle campagne daciche di Traiano alle guerre marcomanniche di Marco Aurelio, in cui i Sarmati erano sia ostacolo sia risorsa militare. Marco Aurelio, colpito dall’efficienza della loro cavalleria, ne fece ausiliari dell’esercito romano, stanziandoli anche in Britannia. Nei secoli successivi, interi contingenti sarmatici furono stabiliti in varie province dell’Impero, specialmente nella pianura padana (una guarnigione è attestata a Pollenzo, in Piemonte).
Tra le tribù sarmatiche, gli Alani ebbero il destino più duraturo e straordinario. Cavalcatori infaticabili e allevatori di cavalli, si spinsero a nord del Caucaso e infine furono inglobati prima dagli Unni, poi dai Vandali. Una parte di loro seguì i Vandali nella conquista dell’Africa, e il re vandalo si fregiò anche del titolo di "Re dei Vandali e degli Alani". Un altro gruppo si rifugiò tra le montagne del Caucaso, dove diede origine a un nuovo popolo: gli Osseti, che ancora oggi vivono in quella regione, eredi linguistici e culturali dei Sarmati cristianizzati.
Il declino dei Sarmati fu lento ma inesorabile. A partire dal III secolo d.C., subirono l’urto dei Goti, e poi — come tanti altri — vennero travolti dall’arrivo degli Unni. Alcuni furono massacrati, altri assorbiti nella macchina militare di Attila. I gruppi superstiti si dispersero: chi verso le montagne, chi verso l’Europa occidentale, dove si mescolarono a Germani, Slavi, e Latini. Una curiosità degna di nota: nel Seicento, la nobiltà polacca vantava orgogliosamente origini sarmatiche, legando la propria identità cavalleresca a questi antichi nomadi delle steppe. I Sarmati non furono solo guerrieri: furono anche ponte tra mondi, fra culture, lingue e imperi. Dall’Asia centrale all’Africa romana, dalla Britannia alle montagne del Caucaso, il loro nome ha attraversato le epoche come il galoppo dei loro cavalli nella steppa. Oggi restano nei racconti, nei testi antichi e nei volti degli Osseti, ma anche nelle tracce archeologiche e nella memoria dimenticata dei popoli migranti dell’antichità.
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