La morte improvvisa di Alessandro Magno, l’11 giugno del 323 a.C. a Babilonia, aprì una delle crisi politiche più delicate dell’antichità. Il conquistatore macedone, morto a soli 32 anni, lasciava dietro di sé un impero immenso, esteso dalla Grecia fino all’India, ma senza un successore chiaro e riconosciuto. La questione della successione divenne subito centrale: da un lato c’erano i sostenitori di Filippo Arrideo, il fratellastro di Alessandro, mentalmente instabile; dall’altro chi attendeva la nascita del figlio che la regina Rossane, sua moglie battriana, portava in grembo. Il potere passò momentaneamente nelle mani di Perdicca, ufficiale di fiducia e custode dell’anello regale consegnatogli da Alessandro in punto di morte. Fu lui a convocare un consiglio a Babilonia, a cui non parteciparono solo i grandi ufficiali, ma anche i soldati semplici, che con la forza imposero la loro presenza.
La discussione degenerò presto: alcuni proponevano di fare re Eracle, il figlio illegittimo di Alessandro e Barsine; altri sostenevano Perdicca stesso; altri ancora difendevano Arrideo come unico erede legittimo. Alla fine prevalse un compromesso: Arrideo fu proclamato re con il nome di Filippo III, ma a lui sarebbe stato affiancato il figlio postumo di Alessandro, che nascerà poco dopo e verrà riconosciuto come Alessandro IV. La reggenza e la gestione effettiva del potere andarono a Perdicca. Questa soluzione, però, non bastò a calmare gli animi. Nacquero subito fazioni contrapposte: Meleagro si pose a difesa di Arrideo, mentre i generali più fidati di Alessandro appoggiavano Perdicca. Seguirono scontri, minacce e perfino esecuzioni sommarie, fino a quando Perdicca riuscì a prevalere e ad assumere formalmente il ruolo di reggente. Si giunse così alla celebre spartizione di Babilonia. L’impero, che ufficialmente restava unito sotto il nome dei due re, fu in realtà diviso in satrapie, distribuite tra i principali ufficiali macedoni e alcuni governatori locali.
A Tolomeo toccò l’Egitto, che presto trasformerà in un regno indipendente; a Lisimaco la Tracia; ad Antigono la Frigia maggiore; a Eumene di Cardia la Cappadocia; ad Asandro la Caria; a Seleuco, più tardi, la Babilonia. Nelle regioni orientali vennero confermati diversi satrapi persiani già nominati da Alessandro, come Phratapherne in Partia e Ircania, o Oxyarte in Paropamiso. In India, Poros e Taxile mantennero i loro domini, mentre a Peitone, figlio di Agenore, fu affidata la gestione delle colonie macedoni. Se dal punto di vista formale l’impero rimaneva “uno e indivisibile” sotto Filippo III e Alessandro IV, in realtà la spartizione aprì la strada alla frammentazione. Perdicca cercò di mantenere l’unità e l’egemonia macedone, ma ben presto gli altri generali agirono come sovrani indipendenti, consolidando i propri territori. Questa situazione portò, negli anni successivi, ai conflitti noti come le guerre dei Diadochi, i “successori” di Alessandro.
Gli storici antichi non furono concordi nell’interpretare la spartizione di Babilonia. Diodoro Siculo la descrisse come una vera divisione dell’impero in parti autonome, mentre Curzio Rufo la vide come un accordo instabile che mascherava ambizioni personali sotto la finzione di una regalità comune. Nel XIX secolo Johann Gustav Droysen, lo storico che per primo parlò di “età ellenistica”, sottolineò proprio questo carattere di rottura, definendo l’evento la “prima spartizione delle satrapie”. Da quel momento la storia del Mediterraneo orientale non fu più quella dell’impero universale di Alessandro, ma quella dei regni ellenistici sorti sulle sue rovine.
Wikipedia: Spartizione di Babilonia
