La Battaglia di Paraitakene (317 a.C.): lo scontro tra giganti dopo Alessandro Magno. Dopo la morte di Alessandro Magno nel 323 a.C., il suo immenso impero si frantumò rapidamente in una serie di lotte di potere tra i suoi generali, noti come i Diadochi. Tra i protagonisti più ambiziosi e capaci di queste guerre di successione troviamo Antigono Monoftalmo, così chiamato perché aveva perso un occhio in battaglia, ed Eumene di Cardia, un generale greco fedele alla causa dell’unità dell’impero macedone. Nel 317 a.C., i due si affrontarono nella battaglia di Paraitakene, una delle più grandi e sanguinose battaglie delle guerre dei Diadochi. Lo scontro ebbe luogo nell’altopiano di Paraitakene, una regione situata tra la Media e la Persia, nei pressi dell’odierna Iran sud-occidentale. Entrambi gli eserciti erano imponenti e ben organizzati. L’esercito di Antigono contava circa 28.000 fanti pesanti, 5.500 fanti leggeri, oltre 10.000 cavalieri (di cui 3.700 pesanti), e 65 elefanti da guerra. La sua fanteria includeva contingenti macedoni, mercenari greci e truppe asiatiche. Eumene, dal canto suo, disponeva di un esercito più piccolo ma altamente motivato e composto da veterani dell’esercito di Alessandro Magno. Il suo contingente principale era formato da 17.000 fanti pesanti, 18.000 leggeri, 6.300 cavalieri e ben 125 elefanti da guerra. Il nucleo dell’esercito era costituito dagli Argyraspides (gli “Scudi d’Argento”), veterani ultra-cinquantenni noti per la loro disciplina e ferocia in battaglia. Entrambi i comandanti adottarono tattiche raffinate. Antigono schierò il suo esercito secondo la tradizione macedone, con un fronte obliquo: cavalleria leggera sul fianco sinistro, pesante sul fianco destro (sotto il suo diretto comando), la falange al centro, e gli elefanti distribuiti lungo la linea. Anche suo figlio Demetrio, all’epoca ventenne, prese parte alla battaglia con un comando importante. Eumene rispose con una formazione simile, ma pose i suoi veterani d’élite sulla destra e combinò cavalleria, elefanti e fanteria leggera per proteggere i fianchi. La battaglia si accese quando Peithon, comandante della cavalleria leggera di Antigono, attaccò in anticipo e senza ordini, tentando di travolgere la cavalleria pesante di Eumene. L’attacco fu mal calcolato: Eumene contrattaccò con elefanti e cavalleria leggera, riuscendo a respingere Peithon e a metterlo in fuga. Nel centro dello schieramento, le due falangi si scontrarono in un cruento corpo a corpo. Gli Argyraspides di Eumene, nonostante l’età avanzata, si dimostrarono ancora una volta formidabili, travolgendo le forze di Antigono e facendo vacillare la sua linea. Ma Antigono non perse la calma. Notò un varco apertosi tra il centro e il fianco sinistro dell’esercito di Eumene, causato dall’avanzata disordinata della falange. Lanciò allora la sua cavalleria pesante in quel punto, colpendo alle spalle sia la falange che la cavalleria avversaria. Questo colpo di mano ribaltò temporaneamente le sorti dello scontro e impedì a Eumene di ottenere una vittoria completa. Alla fine della giornata, nessuna delle due parti ottenne una vittoria decisiva. Antigono subì gravi perdite (circa 3.700 morti e 4.000 feriti), mentre Eumene perse solo 540 uomini e circa 1.000 feriti. Tuttavia, Antigono riuscì a occupare il campo di battaglia, principalmente perché le truppe di Eumene, più indisciplinate, preferirono tornare al proprio campo invece di consolidare il vantaggio. Antigono rivendicò la vittoria per motivi simbolici, ma strategicamente Eumene uscì rafforzato. Tuttavia, Antigono fu abile: usò l’inganno per ritirarsi di notte senza combattere di nuovo, preparando il terreno per un nuovo scontro, che si sarebbe consumato l’anno seguente nella battaglia di Gabiene. La battaglia di Paraitakene fu uno degli scontri più importanti delle guerre dei Diadochi. Mostrò l’abilità strategica di entrambi i comandanti e la resilienza degli uomini che avevano combattuto sotto Alessandro Magno. Nonostante l’esito incerto, il conflitto dimostrò quanto fosse difficile per uno dei generali emergere come successore indiscusso dell’impero di Alessandro. La lotta per la supremazia era tutt’altro che finita. 

 

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